Nel 1266 si ebbe una battaglia tra gli Svevi e gli Angioini, ancora oggi ricordata come la Battaglia di Benevento,e che avvenne anche in territorio torrecusano, nella zona compresa tra il ponte Finocchio  e Torrepalazzo. All'epoca vi era il dominio degli Svevi sull'Italia meridionale con l'impertore Federico II. Dal punto di vista della politica era un periodo di forte tensione e competizione tra l'Impero e il papato riguardante l'investitura dei Vescovi. I vescovi,investiti delle loro funzioni dal papa o dall'imperatore,esercitavano oltre al potere spirituale anche il potere temporale.Pertanto colui che li nominava,papa o imperatore che fosse, acquisiva il dominio politico ed economico del territorio amministrato dal Vescovo. Questa competizione tra le due istituzioni forti, impero e papato, aveva dato vita anche alla nascita di due fazioni contrapposte, oggi diremo di due partiti politici: i Guelfi,che parteggiavano per il papa, i Ghibellini che invece sostenevano l'imperatore. Un illustre ghibellino fu il sommo poeta Dante Alighieri, che si autodefinì “il ghibellin fuggiasco” in quanto esule da Firenze, guelfa.
Orben, se i primi decennio del XIII secolo per Benevento furono tranquilli, con l'acuirsi delle ostilità tra Papato e Impero la situazione cambiò in modo radicale. Federico II decise  di leberarsi di Benevento,scomoda roccaforte papale e rifugio dei suoi nemici, posta proprio nel mezzo del suo regno. Il 1 Gennaio  1250 rase al suolo Benevento e ne disperse gli abitanti.
Di li a poco Federico II morì e gli successe Corrado, il quale morì prematuramente lasciando come erede un figlio allora piccolissimo, Corradino. Non potendo Corradino, per la sua tenera età,esercitare le funzioni di imperatore, queste furono assunte dallo zio Manfredi,che divenne quindi Imperatore di Svevia e Re di Sicilia. Il papa Clemente IV, per combattere Manfredidi Svevia,si accordò con Carlo D'Angiò,fratello del Re di Francia Luigi IX, al quale promise il dominio sull'Italia meridionale ad eccezione della sola Benevento che doveva ritornare sotto il dominio papale. Fu così che Carlo D'Angiò, alla testa di una grande armata scese dalla Francia in Italia ed il 26 febbraio 1266 si scontrò con le truppe Sveve di Manfredi nei pressi di Benevento.
Dove sia avvenuto precisamente lo scontro è sempre stato materia di discussione. I cronistio e lo stesso Carlo d'Angiò parlano di un colle, su cui si accampò l'esercito franco nella discesa da questa altura verso la zona detta Lammia,l'esercito franco vide schierate le forse sveve nella pianura digradante verso il Calore, che corrisponde ai territori non lontani dal Ponte Finocchio,dei oggi Mascambruni,Olivola,Masseria del Ponte, posti nelle asiacenze di Roseto. In queste zone avvenne lo scontro tra l'esercito franco e quello svevo. E' qui che tutto si svolse in quel 26 febbraio 1266, quando secondol'espessione di un cronista “forti contro forti fortissimamente lottarono”. Il ponte presso cui fu inumato il cadavere del Manfredi non può non essere quello di Feniculo, il più vicino alle località suddette; e la grave More,di cui parla Dante, potrebbe essere l'enorme roccia che sovrasta la spalla sinistra del ponte,sotto la quale il corpo di Manfredi potrebbe essere stato inumato e coperto poi da un cumulo di pietre lanciate dai soldati”.

La Battaglia

Carlo giunse a Roma già nel 1265, ma fu temporaneamente fermato da gravi problemi finanziari: Manfredi, a sua volta, non scenderà in campo contro di lui fino al gennaio del 1266, quando peraltro il grosso dell'esercito franco-angioino aveva ormai varcato le Alpi, e le lusinghe angioine stavano facendo breccia tra i feudatari del regno di Sicilia.
Allarmato dalle diserzioni tra i suoi seguaci e temendo ulteriori tradimenti, Manfredi cercò di portare Carlo in battaglia il più rapidamente possibile. L'Angioino tentò a sua volta di far uscire allo scoperto Manfredi, che era asserragliato a Capua, in modo da costringerlo ad una pericolosa traversata degli Appennini, cosa che avrebbe consentito ai franco-angioini di impedire l'arrivo di rinforzi e rifornimenti per l'esercito imperiale. Manfredi peraltro aveva capito le intenzioni dell'avversario e rimase in una posizione fortificata presso il fiume Calore, che in quel punto era attraversato da un solo ponte.
Carlo d'Angiò aveva diviso la sua cavalleria in tre battaglioni. La fanteria e il primo battaglione, composto da 900 provenzali, erano in prima linea, comandati da Ugo di Mirepoix e Filippo di Montfort, signore di Castres. Dietro di loro si trovava il secondo battaglione, che consisteva di 400 mercenari italiani e 1.000 uomini della Linguadoca e della Francia centrale. Carlo guidava personalmente il secondo battaglione. Dietro di loro, il terzo battaglione consisteva in circa 700 uomini della contea di Fiandra sotto Gilles de Trasignies II, Connestabile di Francia, e Roberto III delle Fiandre. Manfredi aveva adottato disposizioni simili. I suoi arcieri saraceni erano in prima linea. Dietro di loro si trovava il primo battaglione, 1.200 mercenari tedeschi armati con armature in strati di lastre (una novità per l'epoca), comandato da suo cugino Giordano d'Anglano e da Galvano di Anglona. Il secondo battaglione consisteva di circa 1000 mercenari italiani e 300 cavalieri leggeri saraceni, comandati da suo zio Galvano Lancia. Il terzo battaglione era composto da 1400 feudatari del Regno, sotto il comando personale di Manfredi.
La battaglia iniziò al mattino, quando Manfredi fece avanzare la sua prima linea (arcieri e cavalleria leggera) sul ponte. Queste forze attaccarono la fanteria francese, ma furono presto messe in fuga dal primo battaglione angioino. Avventatamente (non è noto se di propria iniziativa, o per ordine di Manfredi, o in seguito, come sembra probabile, all'errata interpretazione di un ordine ricevuto), il primo battaglione tedesco attraversò il ponte e contro-caricò i francesi. In un primo momento, i mercenari tedeschi sembravano inarrestabili: tutti i colpi rimbalzavano sulle loro corazze, e Carlo fu costretto ad impiegare anche il suo secondo battaglione. I tedeschi continuavano ad avanzare, ma i franco-angioini scoprirono che la nuova armatura a strati di piastre non proteggeva le ascelle quando il braccio veniva alzato per colpire ed iniziarono così a colpire a loro volta gli avversari sotto le ascelle. Inoltre i comandanti francesi diedero ordine agli arcieri ed ai fanti, con una spregiudicatezza che all'epoca era ritenuta veramente scorretta, di colpire i destrieri dei cavalieri nemici, causando gravi perdite e notevole confusione nella cavalleria sveva.
Le sorti della battaglia da quel momento volsero velocemente contro Manfredi. Tutte le sue forze avevano attraversato l'unico ponte sul Calore per raggiungere il campo: a quel punto, infatti, anche il secondo battaglione tedesco aveva passato il fiume; Carlo aveva allora ordinato al suo terzo battaglione di circondare gli avversari su entrambi i lati, cosicché questi furono rapidamente messi in fuga. Davanti alla disfatta, quasi tutti i nobili del regno di Sicilia, presenti nel terzo battaglione di Manfredi, abbandonarono il campo, lasciando solo il re con pochi fedelissimi compagni d'arme. Dopo aver scambiato la sopravveste reale con il suo amico Tebaldo Annibaldi, Manfredi e i suoi seguaci si gettarono nella mischia, in cerca di una morte eroica, e furono uccisi.